mercoledì 21 ottobre 2015

12. Egg Rolls del Fondo Comunista



Ingredienti squisitamente per 1 persona:

- 6 òva anche non particolarmente fresche e non allevate a terra, e neppure bie (plurale di "bio", ndr)
- 1 confezione di mortadella a fette della Coop o roba del genere
- 1 confezione di formaggio grattugiato incerto
- salsa di pomodoro sempre della Coop o roba del genere
- 150 grammi di riso basmati
- sale e pepe
- olio di oliva quanto basta.

Potrà forse stupyre che una parte non indifferente delle Ricette Asociali provenga da: centri sociali, entità antagonyste, okkupazioni e altre simili realtà che non trovano generalmente spazio nella buona cucina. Intendiamoci: questa non è "buona cucina" nel senso classico, e i mastercèf possono tranquillamente andare a farselo troncare nel cülo. Però vi posso assicurare che, in codeste realtà pluridenunciate e sotto costante minaccia di sgòmbero, si pappa assai meglio che in diversi ristoranti del cazzo, anche perché generalmente ci si deve arrangiare allabellemmèglio per prezzi che variano dai 2 ai 5 euri a cranio, e quindi capirete da soli (e se non capite, so' emeritamente cazzacci vostri). Stavolta tocca al Fondo Comunista delle Case Minime di Rovezzano, dal quale pröviene questa ricetta che ha un nome e un nome solo: la Marinella. Io mi sono limitato a averla testata e adattata all'asocialità che più mi è congenita, con una piccola variante e nelle dosi fatte per un Asociale di quasi due metri per cento chili. Salud!

Ci vuole, prima di tutto, una padellina tonda di dimensioni piccole. Non ce l'avete? Compratevela, fatevela prestare, rubatela, quel che accidenti vi pare. Se putacaso è antiaderente, okei; se invece antiaderente non fosse, abbiate l'accortezza di ungerla bene d'olio senza scialare, sennò fate un troiaio. Poi non dite che non ve l'ho detto.

Sbattete le sei òva con una forchetta, ricordando che le òva non vanno sbattute a morte ma per 45 secondi e basta. Salate il tutto con sale fino (due prese) e pepate quanto più vi aggrada. Nella famosa padellina (antiaderente o meno che sia), fate scaldare l'olio con un pizzico di buon senso e poi cominciate a fare le frittatine.

Ora, dovete sapere che quando ho fatto questa cosa al Fondo assieme alla Marinella, di òva ne avevamo sbattute diciotto e sono venute fuori ventitré frittatine; essendo voi Asociali rigorosamente da soli, prendete le vostre sei òva sbattute e, con un cucchiaio, accomodate il composto ammodino rigirandolo con un coperchio di 1 minuto in 1 minuto circa. La prima frittatina, naturalmente, ve la arrovescerete sui coglioni se siete maschietti, o sulle ovaje se siete femminucce; dalla seconda ci piglierete la mano. Con sei òva dovreste riuscire a cavarne sette o otto frittatine che adagerete in un piatto a freddare un pochino.

Fatto il tutto, per ogni frittatina inserite mezza fetta di mortadella popolare, e arrotolatela senza farvi pigliare la luminosa idea di legarla con lo stecchino da denti; vedrete che stanno arrotolate bene da sole. Eseguita la bisogna, adagiate i rotoli (o egg rolls, come li ho chiamati in un ìmpeto di anglomania) in una teglia useggètta di alluminio che avrete previamente un po' oliata. Una volta adagiati gli egg rolls con la mortadella, cospargeteli di salsa di pomodoro e infine col formaggio grattugiato di incerta provenienza (tipo il bieco Gran Biraghi, che nei centri sociali va per la maggiore). 

Avrete nel frattempo preriscaldato il forno a 180 gradi per circa una decina di minuti; infilate la teglia nel forno e dedicatevi al riso basmati bollito, per la cui preparazione presumo di non dover dare eccessive istruzioni (e se le dovessi dare, siete veramente dei mongoloidi e fankülo al politically correct). Dopo circa dieci minuti, cavate fuori la teglia dal forno e servitevi il tutto in un piatto grande (o vassoio) assieme al riso basmati bollito e poco salato. Måltid!

lunedì 19 ottobre 2015

11. GBA (Gran Bollito Asociale)


Ingredienti per 1 persona (rigorosamente):

- 5 patate a pasta gialla di media grandezza (evitare le patatone bitorzolute stile faccia di Brunetta)
- 3 cipolle rosse abbastanza piccole
- 2 mele qualsiasi
- peperoncini freschi misti
- 2 cucchiai di curry
- 1 cucchiaio di sale grosso
- 2 cucchiai di aceto non "balsamico" (il caro, vecchio, normalissimo aceto bianco di vino)
- formaggi misti
- 1 album di Georges Brassens a scelta.

"Lavorare con lentezza", si dice sempre. Beh, questo blog applica il detto alla lettera: l'ultimo post (ovvero l'ultima ricetta asociale) risaliva nientepopodimeno che al 1° gennaio 2014. Oggi è il 19 ottobre 2015, vale a dire sono passati quasi due anni. Si riprende con questa stupefacente ricetta dedicata, come nella migliore tradizione, allo smaltimento degli avanzi di casa. Infatti...

...infatti è nata una sera in cui, in casa, mi erano rimaste solo 5 patate a pasta gialla, 3 cipolle rosse piccole utilizzabili (le altre erano marcite e emanavano un discreto puzzo ammorbante), 2 mele perché le compro sempre non si sa bene perché, visto che mi fanno piuttosto caà e una pletora di avanzi di formaggi, caci eccetera da consumare alla svelta. Poiché nella fattispecie, al momento stavo ascoltando l'album Les copains d'abord di Georges Brassens, suggerirei -in chiave squisitamente filologica- di mettervelo su durante la preparazione del GBA (ove, si badi bene, le prime due lettere, oltreché a "Gran Bollito", sono anche le iniziali di tonton Georges stesso).

La preparazione del GBA è discretamente semplice: in una pentola si mettono prima la cucchiaiata di sale grosso e i due cucchiai di aceto NON "BALSAMICO" (sappiate che, da questo blog, l'orrendo "aceto balsamico" è scrupolosamente bandito; e, tanto, tutto quello che comprate è finto). Poi sbucciate le tre cipolle piangendo come una vite tagliata, pelate le patate sciacquandole comunque un po' prima sotto l'acqua corrente e infine sbucciate le due mele tagliandole poi entrambe in due pezzi e levando il picciolo e il torsolo. Infilato tutto quanto in pentola, aggiungete i peperoncini freschi misti (jalapeños, habaneros, nagamorich, calabresi, quelli che avete in casa. Ma badate bene: se non li avete freschi, non fatene di niente). Poi riempite di acqua non fino all'orlo ma a coprire tutto con abbondanza, e aggiungete le due cucchiaiate di curry.

Mescolate a freddo con un mestolo, poi mettete a bollire col coperchio a fuoco allegro. Nel frattempo, prendete i formaggi e tagliateli a fette abbastanza sottili disponendoli in un piatto per fare un po' di scena, perché l'asocialità in cucina è fatta anche di questo. Quando tutto sarà lessato, dovrete scolare serbando con attenzione in un contenitore il brodo strapiccante di curry, verdure e mele, perché sarà ottimo per essere riutilizzato col riso.

Il GBA va mangiato senza pane; patate, cipolle e formaggi vont très bien ensemble. Le mele sapranno di curry e peperoncino, e vedrete che sorpresina vi aspetta! Si accompagna benissimo con il solito vinaccio del supermercato, 1,35 euri, e chi se ne frega! Ses "fluctuat nec mergitur" c'était pas d' la litératur'....

Post scrittumsI tempi di bollitura non sono indicati perché, come tutti sapranno, quando si bolle è bene provare "a che punto s'è" sempre con una forchetta. Una raccomandazione: se maneggiate i peperoncini freschi, andate subito a lavarvi le mani seriamente, perché poi vi toccate e sono guai. Io ci ho perso una fidanzata, a questa maniera!

mercoledì 1 gennaio 2014

10. Penne alla Giromini (o Penne del 7 gennaio)



Ingredienti per 1 persona:

- 100 gr. di penne del discount
- 2 barattoli di pelati o salsa di pomodoro del discount
- 1 aglio del discount
- 1 cipolla del discount
- Peperoncino a volontà e di gradazione a piacere
- Strumenti musicali vari sparsi per la stanza in un disordine cosmico
- 1 disimpegno

Naturalmente, tutti voi Asociali avete in sommo dispregio natali in famiglia, cenoni di capodanno e altre immani stronzate del genere; ecco dunque una ricetta-principe per voi. Mi direte senz'altro: "All'anima! Ma è una pasta al pomodoro qualsiasi!"; sì e no. Prende nome da Davide Giromini, detto "Darmo", sommo fisarmonicista e cantautore indipendente carrarese, che ho la fortuna di conoscere e assieme al quale ho mangiato più volte le penne in questione. Le quali si chiamano anche "del 7 gennaio" perché il 7 gennaio, data in cui terminano le funeree e stupidissime "feste natalizie" e vengono rimossi dalle case e dalle strade i lugubri parafernalia quali alberi di natale, babbinatale impiccati alle finestre e luminarie dalle strade, nonché si smette di "sentirsi più buoni" e ci si sente invece i soliti vigliacchi e pezzidimerda di tutti gli altri giorni, è il giorno più bello dell'anno per noialtri. Anche in barba al papa più buono del 3% di tutti gli altri papi della stessa fascia. Per festeggiare adeguatamente il 7 gennaio, le Penne alla Giromini sono la cosa migliore; è una ricetta chiaramente semplice, però abbisogna di tutta un'atmosfera "girominiana" la quale, invece, semplice non è per nulla. Seguite scrupolosamente le istruzioni e buon appetito.

Se già l'ambiente dove vivete è in preda a una confusione degna della testa di Philip Dick, con libri sparsi ovunque, strumenti musicali appoggiati anche sul termosifone, la vostra ghironda preferita appesa a un chiodo, sacchetti contenenti cose varie (tra le quali quel pezzo di uranio arricchito che cercavano tanto) e piatti e posate sporche in un acquaio che ricorda le fogne di Calcutta, potete senz'altro procedere; qualora invece siate ordinatini e la vostra cucina-living room non contenga neppure un acaro che sia uno, provvedete prima a farle assumere le condizioni di cui sopra. E se non ce la fate entro il 7 gennaio, come si suol dire, cazzi vostri.

Seguendo i più rigorosi dettami girominiani, l'ambiente dovrà essere rigorosamente privo del tavolo da cucina. Prende troppo posto e non potrebbero entrarci gli strumenti (la cucina, naturalmente, funge principalmente da sala prove e di registrazione). Al posto del tavolo da cucina, è bene introdurre il basilare concetto di disimpegno. Il disimpegno è un tavolino pieghevole a pantografo, con le zampe possibilmente ben arrugginite, che sta normalmente sistemato a una parete, sul divano o dove càpita. Al momento di preparare la tavola, mentre la pasta cuoce, viene sgomberata una porzione di pavimento a pedate, vengono sistemate le sedie (ma si può, anzi si dovrebbe, mangiare in piedi) e si apre il disimpegno, ovviamente senza nessun inutile orpello (tipo la tovaglia, pfui). Piattacci appena sciacquati, forchetta e tovagliolini di carta (del discount pure quelli, paccone da 200, euri 0,95). Sul disimpegno troveranno posto anche un paio di bicchieri ricavati da varie fonti (tipo: vecchio vasetto della Nutella con un coccodrillo sopra) e il fiasco del vino; l'acqua si prende direttamente dal rubinetto.

La preparazione della pasta procede in modo pressoché normale, scaldando in una padella il pomodoro (salsa o pelati) con l'aglio e la cipolla affettata; il peperoncino, se lo si desidera, va aggiunto durante la preparazione e a seconda dello stato d'animo. Una volta scolate le penne, ributtarle nella pentola e versare il sughetto. In certe condizioni particolari si può fare anche a meno del piatto e mangiarsela direttamente dalla pentola, cosa che conferisce un particolare tocco d'eleganza al tutto assieme alla fine dei tovagliolini (convenientemente sostituiti da un lembo della manica della camicia).

Durante la consumazione delle Penne alla Giromini, sarebbe d'uopo guardare con preoccupazione la caffettiera abbandonata nel marasma dell'acquaio, con dentro un resto di caffè che vi ristagna circa dalla fine dell'estate passata. La frase: "Cazzo, devo lavare la caffettiera", è una costante delle Penne alla Giromini; si finisce comunque quasi sempre a andare a pigliarsi un espresso al bar più vicino, sfruttando all'uopo i numerosi spiccioli cosparsi ovunque per la cucina (vi sono stati dei casi in cui in un barattolino sono state ritrovate 10 lire del 1956).

Terminate le penne, si ripone il tutto sull'acquaio e si ripiega il disimpegno. Il 7 gennaio può proseguire mentre si dà un'occhiata agli operai del Comune che rimuovono palle, palline e lumini, liberando finalmente la nostra vita dall'annuale festicciola dell'Indice dei Consumi al Dettaglio.

martedì 26 novembre 2013

9. Frijoles con mezcal y gusano


Questa ricettina la vorrei dedicare a Angie
Non ho nessun elemento per dire che potrebbe piacerle;
diciamo che mi piace pensare che le piaccia. That's all.

Ingredienti per 1 persona:

- La padellaccia di casa più rotta, scalcagnata e bisunta che avete
- 1 cucchiaio di legno abbastanza cavo da poterci anche mangiare
- 2 scatole di fagioli rossi messicani (ora si trovano facilmente al supermercato)
- 1 striscia di carnesecca con poco grasso, alta circa mezzo dito
- 4 pezzetti di peperoncino fresco molto forte (Habanero, Trinidad Moruga, Carolina...)
- 3 bicchierini di mezcal, scelto accuratamente di quello "con gusano"
- Il suddetto gusano (v. ricetta)
- 1 ciuffetto di timo
- Olio e sale q.b.

Questa qui è una ricettina non per tutti i gusti, ammesso che anche le altre che do lo siano. Basilarmente appartiene alle mie ricette "antiche", nel senso che la inventai parecchi anni fa quando stavo ancora a Livorno e mi era capitata in casa, non mi ricordo come, una bella bottiglia di mezcal con gusano. Poco tempo prima avevo visto uno dei film di "Trinità", con Terence Hill e Bud Spencer; in una scena nella classica osteriaccia messicana, uno mangia una padellata di fagioli (un classico) chiede all'oste: "Mezcal!"; da qui mi venne l'idea. Avvertenza: per essere filologicamente esatto, questo piatto deve essere mangiato direttamente dalla padellaccia e col cucchiaio di legno. Sennò non sa veramente di una sega.

Il nome del mezcal viene, ovviamente, dalla lingua náhuatl: significa, alla lettera, "agave cotto". Come il tequila, si divide in blanco (giovane), reposado (da 2 mesi a 1 anno) e añejo (oltre 1 anno); per questa ricetta scegliete il reposado. Col blanco viene male, e l'añejo costa una saraccata. Va scelto di quello "con gusano"; gusano in spagnolo vuol dire "verme", ma in realtà si tratta della larva di un coleottero, che aromatizza il mezcal. Si chiama scypophorus acupunctatus, ma a volte si usano le larve di un terribile parassita dell'agave, la hypopta agavis. E' il cosiddetto "gusano rojo", che è ritenuto più pregiato. Si tratta di un chiaro esempio di vendetta: lui parassitizza l'agave, e allora viene infilato a macerare nel mezcal. Ben gli sta. Tanto, comunque, in questa ricetta ve lo dovete mangiare nei fagioli.

Prendete appunto i tre bicchierini di mezcal, versateli in un bicchiere più capiente e infilateci i pezzetti di peperoncino e il ciuffetto di timo un po' mondato; il gusano lo tirate fuori dalla bottiglia, invece, e lo tagliate a pezzettini con una lametta da barba (viene meglio); poi lo rinfilate nel mezcal assieme al timo e al peperoncino. Come dose di quest'ultimo, se usate le qualità indicate, ho indicato 4 pezzetti; col Trinidad Moruga Scorpion e col Carolina sono sufficienti per morire tra atroci sofferenze. Se però volete morire ancora più atrocemente, mettetecene pure di più e pensate a me mentre trapassate maledicendomi.

Nella padellaccia scalcagnata e bisunta, mettete diciamo un cucchiaio d'olio; basta e avanza. Nel frattempo avrete preso la carnesecca magra e la avrete fatta a dadini piccoli; quando l'olio è caldo, buttateli in padella e mestate per un minuto o due. Sarà quindi venuto il momento di versarci i frijoles tenendo il loro sugo, che va fatto tirare un po; salate il tutto girando sempre, e mettendo la fiamma a fuoco lento. 

Giunge finalmente il fatidico momento di infilarci il mezcal coi suoi compagni di strada (timo, peperoncino e gusano spezzettato). State attenti perché se vi siete dimenticati del fuoco lento potrebbe farvi una fiammata, il mezcal è più o meno simile alla benzina. Nonostante il suo nome, però, non contiene affatto mescalina, e quindi non ha poteri psichedelici; non ci potete fare il "latte più" di Arancia Meccanica, insomma. La mescalina, per la cronaca, sta nel peyote.

Dovrà passare solo un minutino da quando spegnete il tutto e cominciate a pappare; il timo non si deve "cuocere", il gusanito deve fare ancora "scrunch", il peperoncino deve essere ancora un po' freschiello e il mezcal non deve evaporare, ma amalgamarsi al sughetto dei frijoles. Presuppongo che abbiate un tavolaccio di legno, sul quale avrete posto la bottiglia del mezcal, un bicchiere di metallo e basta. Pigliate la padellaccia, il mestolo di legno e mangiate direttamente dalla padella. Naturalmente vi pulirete la bocca rigorosamente con le maniche oppure, se è d'estate, direttamente sul braccio. 

Alla fine, tra fagioli, baco, peperoncino e mezcal, sarete ridotti a dei conci briachi fradici e sporchi di sugo; siete pronti, e pronte, a fumarvi un bel sigaro puzzolente. Consiglio caldamente questa ricetta alle signore incazzate nere per qualche motivo, tipo aver visto la Boldrini in televisione. Tirare anzi la padella vuota sul televisore sarà segno di grande apprezzamento del cybo. Buon appetito.  


mercoledì 23 ottobre 2013

8. Polpette della rapinatrice (Robber's Meat Balls)


Ingredienti per 1 persona:

- ca. 400 g di carne macinata (di manzo o di maiale, a scelta)
- 100 g di mortadella tagliata in una sola fetta
- 200 cl di latte
- 2 uova fresche
- tozzi vari di pane duro
- 1 ciuffo di prezzemolo
- pangrattato q.b.
- un bicchierino di tequila
- noce moscata in polvere
- sale
- olio per friggere

Si chiama così, questa ricettina, perché me la ha insegnata una carissima amica (praticamente una sorella) che si è fatta svariati anni di galera per un'altrettanto svariata serie di rapine in banca. Garantisco che si tratta delle polpette più buone al mondo: anche perché, se non lo dico, c'è il caso che la suddetta mi spari. E lo sa fare.

In una bacinella versate il latte freddo, poi metteteci a inzupparsi il pane duro. Se ha ancora la crosta, verificherete poi se si è inzuppata bene e è diventata morbida; sennò, levatela e buttatela via.

In un altra bacinella mettete la carne macinata; prendete la mortadella, fatela a pezzetti e poi tritatela con la mezzaluna. Quando lo avrete fatto (evitando, come il sottoscritto, di piluccare pezzetti di mortadella e mangiarseli; guardate che poi non ne rimane!), mettetela assieme alla carne macinata. Sbattete le due uova, salate e versate il tutto nel trito; indi di poi lavoratelo con le mani per un paio di minuti finché non si sarà amalgamato bene.

A questo punto vi sarete introiati come un porcile, ma siamo solo all'inizio. Spostate le vostre linde manine nella bacinella col pane inzuppato nel latte, controllate che non vi siano croste dure e lavorate pure questa roba qua, finché non sarà diventata una pappina molliccia, e non si vedrà più manco una goccia di latte sul fondo. Mettete la pappina nel trito di carne e uova, aggiungete ancora un po' di sale, il prezzemolo che avrete in precedenza tritato, tre cucchiaini di noce moscata e il bicchierino di tequila; poi ricominciate implacabilmente a lavorare il composto con le mani finché non sarete talmente zozzi da fare schifo anche a vs. madre.

In una capiente padellona antiaderente, buona all'occorrenza anche come micydiale arma contundente da applicare ripetutamente sul capo dell'agente Eqvitalia che vi bussa all'uscio con una cartella esattoriale, preparate l'olio per friggere; qui va bene anche quello di semi (mais o girasole), perché per friggere bene ci vuole un litro intero d'olio. Qui non ci sono cazzi, figliuoli e figliuole: se volete risparmiare olio, non friggerete mai una sega che vi porti.

Disponete il pangrattato, col quale naturalmente assumerete un aspetto che farebbe scappare anche Béla Lugosi, e cominciate a formare le polpette col composto: delle palle di media grandezza, né troppo piccole, né troppo grosse. Passatele sul pangrattato e disponetele via via in un vassojo o in qualcosa che le contenga. Una volta completata tale pallosissima operazione (non per niente si formano delle palle!), fate scaldare bene l'olio e cominciate a friggere le polpette (le quali dovranno essere sommerse: quindi non stipate la padella, e fate delle mandate di frittura). 

Una frittura ammodino delle polpette della rapinatrice dura circa 3/4 minuti, se le dimensioni indicate per ogni palla sono state rispettate.  Si accompagnano bene con un prezioso vino rosso del discount, tipo i soliti Nero d'Avola o Primitivo di Manduria (che, in casi del tutto eccezionali, possono anche essere prodotti a Avola e a Manduria), ma va bene anche la birra e non è certo da disdegnare una caraffa d'acqua del rubinetto bella fresca.

domenica 20 ottobre 2013

7. Croste di parmigiano fritte nell'olio


Ingredienti per 1 persona:

- Croste di parmigiano a volontà
- Olio di oliva
- Padella antiaderente

Con le croste di parmigiano fritte nell'olio siamo alla mia mitologia personale. Qui non si tratta di una "ricetta", ma all'essenza stessa della mia vita: è la cosa da mangiare per la quale io vado più matto, e a livelli inimmaginabili. Fin da bambino le contendevo in casa, e guai sia pure a paventare di grattugiare le croste rimaste: dovevano essere messe da parte e fritte. Arrivavo a leticate furibonde coi miei, e non c'era nulla da fare: non serviva il "puzzo che facevano in cucina", non serviva il fatto che "facessero male" (boh) e quant'altro. Al giorno d'oggi, certi supermercati hanno preso la benemerita abitudine di metterle addirittura in vendita a sacchettate, ancora belle "caciose" (come devono essere); ad esempio la Coop di via Salvi Cristiani, a Firenze. La ricetta è invero semplicissima, anche se ha bisogno di qualche accorgimento o suggerimento da parte di un esperto; vi do quindi il benvenuto nel club delle Croste Fritte. Sappiate che non ve ne pentirete, cari i miei Asociali; e ricordate il principio fondamentale. Una volta pronte, le croste fritte non si dividono con nessuno. Gli stessi che, mentre le preparavate, "bubavano" in continuazione, saranno i primi a "chiedervene un pezzetto". Col cazzo! Per questo motivo, le croste fritte sono, "par excellence", il piatto Asociale per antonomasia. Fatevele da soli, sempre, e non "condividetele" con altri esseri umani.

Le croste, nella versione più "urbana", anderèbbero un po' ripulite in superficie, grattandole con un coltello seghettato; nella versione "brutale", quella che ovviamente preferisco, invece non si grattano affatto. Si mangiano luride così come sono, maneggiate, mantrugiolate. Tranquilli che non morite; sono cinquant'anni che le mangio così, e non fate tanto gli schifiltosi.
In una padella antiaderente mettete abbondante olio di oliva. Che non vi passi per la càpa di usare oliacci di semi. Una volta che l'olio sarà bello caldo, sistemate le croste nella padella, prima dal lato "formaggio"; ma vanno rigirate dopo poco, perché sennò il formaggio si scioglie. Quando le avrete messe sul lato "crosta dura", fatele andare un po' di più in modo che si ammorbidisca. Tiratele fuori quando la crosta avrà sbollato e avrà assunto la consistenza bruciacchiata che è la vera delizia assoluta di questa cosa. Ricordate: vanno mangiate immediatamente e senza indugio, sennò si induriscono di nuovo in poco tempo e vi tocca rifriggerle. Per questo motivo, a volte, se sono un bel po' io le friggo a "mandate" di due.

Ci si beve sopra un vinaccio rosso, quello che ci avete in casa. Non ci bevete mai sopra acqua, perché, come nel caso della fonduta svizzera, fa "pancone" nello stomaco e digerirete con dolore biblico.

venerdì 18 ottobre 2013

6. Pollo alla birra "CPA style"


Ingredienti per 1 persona:

- 1 pollo intero
- Salvia molto abbondante
- ca. 1 litro e mezzo di birra rigorosamente alcolica
- Olio di oliva abbondante
- Sale

Gli era, a dire il vero, un bel po' di tempo che non ci si vedeva quaggiù sulle "Ricette Asociali"; ma essendo, appunto, asociali esse si riservano il sacrosanto diritto di pubblicarsi quando par loro e piace. Come state? Tutto bene? Avete intanto preparato le ricettine che vi ho fornito? Ne avete riportato i debiti danni gastrici? Ok, rieccomi dunque, e stavolta con una ricetta che, invero, non è mia anche se proviene da un luogo che frequento regolarmente: il CPA Firenze Sud. Ovviamente, pur essendo comunque abbondati, non ho riportato le dosi in uso al centro sociale autogestito, dove si mettono regolarmente a tavola decine di persone; qui, come si sa, vige il principio dell'asocialità monodose. Con questa ricetta, peraltro, inizierà una "categoria" dove verranno riportati i capisaldi culinari in uso in via di Villamagna. 

Prendete il pollo intero e trattatelo malissimo, perche va letteralmente fatto a pezzi. Al CPA ci si serve del coltellone a mannaja, tirandogli sul tagliere de' colpi terrificanti; se non lo avete, trovate il coltello più grosso che ci avete e fate conto di averci sul tagliere, che so io, Giovanardi. I pezzi di pollo devono essere di media grandezza; né troppo grossi, né troppo piccoli. Se sono troppo piccoli, si sfanno durante la cottura (che è lunga); se sono troppo grossi, tanto varrebbe mettere a cuocere il pollo intero e no che non si fa così, perbacco.

Una volta giustiziato il pollo (se volete, al posto di Giovanardi potete metterci Emanuele Filiberto di Savoja o chiunque vi pare), prendete un tegame piuttosto grosso. Qui c'è la questione dell'olio; se avete un tegame antiaderente dev'essere abbondante, ma non esagerato. Se invece non lo avete antiaderente, dovete metterci una quantità esagerata d'olio d'oliva, perché sennò il pollo attacca che è un bigiù e va a finire che ci tirate dei mòccoli a quel cristodiddìo da farlo scendere dalla croce. In ogni caso, se avete intenzione di risparmiare olio questa non è la ricetta per voi e fatevi un Quattro Salti in Padella e magari anche in Cvlo.

Nel frattempo avrete pulito tanta, tanta salvia. Anche per la salvia vale la regola dell'estrema abbondanza: ce ne vuole davvero parecchia. Una volta scaldato quel mare d'olio che galleggia nel tegame, infilateci il pollo giovanardato alla mannaja, il quale deve rosolare tutto e ammodino. Non ci devono, insomma, essere pezzi non rosolati. Giratelo quindi abbastanza spesso e, per ora, salatelo poco.

Quando sarà rosolato, è l'ora di metterci la (tanta) salvia; fate amargamàlla e risalate il tutto girando per un paio di minuti. Poi pigliate la birra, tenendo presente che non importa che sia superbirra artigianale prodotta in edyzione lymitata e myllesimata, e nemmeno birra trappista belga: va bene anche la birraccia da muratori, anzi benissimo, ma basta che sia alcolica. Non fate come il sottoscritto, che qualche giorno fa ha comprato per sbaglio un troiaio di birra analcolica, che non sa veramente di una sega e che non insaporisce il pollo. Buttatela nel tegame senza pietà, ché è anche bellina perché fa tutta la schiuma che sfrigola: il pollo e la salvia devono essere ricoperti completamente. Se un litro e mezzo non basta, ce ne mettete ancora. Non si scampa.

A questo punto, accendetevi la pipa e aspettate, perché dovrete abbassare un po' la fiamma e aspettare che la birra evapori quasi tutta. Naturalmente girate quando bisogna, e casomai aggiustate di sale. Il fuoco dev'essere spento quando è rimasto nel tegame un fondo condensato di birra sufficiente a fare da "salsina"; il resto sarà stato assorbito dal pollo assieme all'aroma salviàtico. A questo punto il tutto è pronto e servitevi in tavola, senza un cazzo di nessuno e godendovi su RAI Storia una bella puntata di "90° Minuto" del 1978 con Tonino Carino, Luigi Necco, Giorgio Bubba e Ferruccio Gard.

So che vi sembrerà del tutto incredibile, ma il pollo alla birra si accompagna con la birra. Magari un po' piu' buona; al discount, ad esempio, si vendono delle birre polacche in lattina veramente ottime se si ha soltanto l'accortezza di non provare a pronunciarne il nome.